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Riciclare la plastica ha davvero senso?

ILPOST.IT: Riusciamo a riciclarne solo una piccola parte, con processi costosi e complessi: e l’idea che basti differenziare i rifiuti rischia di spingerci a usarla

di Eugenio Cau


La pandemia di COVID-19 ha generato una grande e imprevista quantità di rifiuti di plastica. Non ci sono ancora numeri certi a livello mondiale, ma più di un dato aneddotico o locale indica che l’utilizzo della plastica è aumentato dall’inizio dell’anno. Secondo il ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente cinese, al picco dell’epidemia la città di Wuhan produceva 240 tonnellate di rifiuti sanitari al giorno, contro le 40 tonnellate prodotte in tempi normali.

A Singapore, secondo un sondaggio citato dal Los Angeles Times, nelle otto settimane del primo lockdown, tra aprile e maggio, i cittadini hanno buttato nella spazzatura 1.470 tonnellate di rifiuti plastici più del solito, per l’aumento degli imballaggi e delle consegne a domicilio. Il Thailand Environment Institute ha stimato che a Bangkok ad aprile si sia consumato il 62 per cento di plastica in più che nello stesso mese dell’anno precedente. E negli Stati Uniti il governatore della California, Gavin Newsom, ha sospeso temporaneamente il divieto all’utilizzo di buste di plastica usa e getta.

La produzione di tutta questa plastica è un problema, perché nonostante il successo delle campagne per la raccolta differenziata in gran parte dei paesi più ricchi “il riciclo della plastica continua a essere un’attività economicamente marginale”, come ha scritto nel settembre del 2018 l’OCSE in un rapporto, in cui si legge che a livello globale la quantità di plastica riciclata corrisponde al 14-18 per cento del totale. Il resto della plastica finisce in inceneritori e termovalorizzatori (24 per cento) oppure è lasciato nelle discariche o disperso nell’ambiente (58-62 per cento).

Nell’Unione Europea le cose vanno un po’ meglio – è riciclato circa il 20 per cento della plastica – mentre negli Stati Uniti poco più del 10 per cento. I risultati del riciclo della plastica sono miseri soprattutto se messi a confronto con altri materiali: sia i principali metalli industriali (ferro, alluminio, rame) sia la carta hanno tassi di riciclo che superano il 50 per cento.

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Con risultati così magri, e che sono migliorati poco nel tempo, in molti hanno cominciato a sostenere che il riciclo della plastica sia un’attività poco efficace, arrivando a definirla “autoassolutoria”. Questo mese il sito di NPR, rispettata emittente radiofonica statunitense, ha pubblicato un’inchiesta in cui, consultando documenti d’archivio e intervistando alcune persone coinvolte, sostiene che le grandi compagnie del petrolio abbiano finanziato negli ultimi decenni tutte le maggiori campagne per il riciclo della plastica perché, anche se riciclare è poco efficace, “se il pubblico pensa che il riciclo funziona allora non si preoccuperà per l’ambiente” e continuerà a usare la plastica, come ha detto alla giornalista Laura Sullivan l’ex presidente di un gruppo che rappresenta gli interessi dell’industria della plastica negli Stati Uniti.

Lo scetticismo nei confronti del riciclo della plastica è molto diffuso. “Il riciclo della plastica è un mito”, titolava il Guardian ad agosto del 2019; “il riciclo della plastica non funziona”, titolava Mother Jones nel maggio di quest’anno; “il riciclo della plastica sta fallendo”, scriveva Cnbc ad agosto. Pochi giorni fa, Politico Europe ha titolato che “Il riciclo sta uccidendo il pianeta”, riferendosi a tutto il riciclo, non soltanto quello della plastica.

Per capire se riciclare la plastica abbia senso, bisogna partire da come la si ricicla, e dalle ragioni per cui se ne ricicla così poca. «Il punto fondamentale è che c’è una differenza enorme tra recupero e raccolta da una parte e riutilizzo e riciclo dall’altra», spiega Alessandro Trentini, fondatore di Idea Plast, una società lombarda che fa progetti di arredo urbano e di ingegneria con la plastica riciclata. Gettare un rifiuto di plastica nel bidone della raccolta differenziata è soltanto l’inizio di un processo molto lungo che nella maggior parte dei casi non si conclude con il riciclo del rifiuto.

In Italia, per esempio, i livelli di raccolta e recupero dei rifiuti sono elevati. Nel 2018 si è raccolto in modo differenziato il 58,1 per cento dei rifiuti urbani a livello nazionale, e in alcune regioni come l’Emilia-Romagna e la Lombardia il dato supera il 70 per cento. Ma nonostante questi risultati ottimi, il tasso di riciclo e riutilizzo della plastica è molto basso.

Secondo uno studio dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, soltanto il 30 per cento della plastica raccolta in Italia è riciclata. Un altro 40 per cento viene bruciato in termovalorizzatori o inceneritori, e il resto finisce in discarica. Si ricicla così poca plastica principalmente perché il metodo di riciclo più diffuso, il riciclo meccanico, è complicato, oneroso e non funziona bene per tutti i tipi di materiale.

Questo non significa che sia il caso di gettare tutta la plastica nella raccolta indifferenziata o di smantellare le filiere del riciclo. Una parte della plastica è comunque riciclata, e gli effetti positivi per l’ambiente e per l’economia sono tangibili. Ma separare la plastica dagli altri rifiuti non dovrebbe illuderci di aver contribuito a salvare il pianeta.

La teoria del riciclo meccanico La stragrande maggioranza della plastica riciclata nel mondo passa per un processo di recupero meccanico. Questo avviene in varie fasi, che sono spiegate molto bene in uno studio fatto nel 2017 da ricercatori del Belgio e titolato “Mechanical and chemical recycling of solid plastic waste”. Il riciclo meccanico prevede che la plastica sia selezionata, lavata e poi sminuzzata da una macchina in scagliette finissime chiamate flakes. Queste scagliette sono poi trasformate in granuli, che sono più comodi per essere riutilizzati e trasformati a loro volta in nuovi oggetti di plastica. Ciascuna di queste fasi, però, è complicata e presenta dei problemi.

La plastica va raccolta A seconda di come si fa la raccolta differenziata – e a seconda di come le amministrazioni cittadine raccolgono i rifiuti – cambia il modo di riciclare. Nei paesi europei, per esempio, l’UE ha dato la priorità agli imballaggi di plastica. La Commissione europea ha approvato una direttiva aggiornata nel 2018 che fissa obiettivi ambiziosi per la raccolta e il riciclo degli imballaggi (entro il 2025 il 50 per cento di quelli di plastica dovrà essere riciclato) e stabilisce la creazione di incentivi economici.

Grazie alla direttiva, integrata dalla legislazione nazionale, in Italia la raccolta degli imballaggi ha un percorso di valorizzazione definito e genera un corrispettivo economico per le amministrazioni locali, che ricevono un contributo ambientale a seconda della purezza degli imballaggi di plastica che raccolgono. Questo significa che in Italia il riciclo degli imballaggi è efficiente: secondo dati del Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi, il 46 per cento di quelli di plastica è riciclato – manca poco agli obiettivi europei. Il problema è che per tutti gli altri rifiuti in plastica non è previsto il riciclaggio, spesso perchè non tecnologicamente realizzabile. I comuni spingono quindi per la raccolta differenziata dei soli imballaggi e moltissima plastica finisce nell’indifferenziato: circa il 15 per cento dei rifiuti urbani indifferenziati è costituito da plastica, che ha molta meno possibilità di essere riciclata mentre è il componente più energetico dei rifiuti se questi vengono bruciati.

La plastica va selezionata Gli oggetti di plastica che buttiamo nella spazzatura non sono fatti tutti con lo stesso materiale e non si possono riciclare tutti allo stesso modo. Quando arrivano nell’impianto di riciclo, i rifiuti plastici devono anzitutto essere separati gli uni dagli altri. La plastica raccolta può essere selezionata sulla base di vari criteri, come la forma, la densità, la dimensione, il colore o la composizione chimica. Quest’ultima è la caratteristica più importante, perché ciascun oggetto di plastica è prodotto con un polimero diverso, cioè con una macromolecola sintetica, o con un mix di polimeri, e non tutti si possono riciclare assieme e con la stessa facilità.

Esistono molti metodi meccanici e automatici per selezionare e separare i vari rifiuti di plastica, alcuni dei quali si fanno all’inizio del processo e altri alla fine, dopo la macinatura. In alcuni casi è usato un getto d’aria per separare i materiali più leggeri da quelli più pesanti, in altri si usa un sistema di separazione per “flottazione” in acqua per distinguere i materiali più densi che vanno a fondo da quelli che galleggiano, in altri ancora si usano i raggi X, e così via.

Certi materiali sono più facili di altri da selezionare. Per esempio il polietilene tereftalato – cioè il PET, la plastica di cui sono fatte le bottiglie d’acqua minerale – è uno dei polimeri con tasso di riciclo maggiore perché è facile da separare e da processare. I processi di separazione più raffinati richiedono anche l’intervento manuale di persone che, dopo la prima scrematura fatta dai macchinari, dividono le bottiglie di latte dai vasetti dello yogurt e da altri rifiuti. Ma alla fine rimane quasi impossibile fare una separazione perfetta, e il recupero non è mai totale. Se i materiali non sono separati correttamente, o non sono divisibili tra loro, sono macinati assieme in quello che è chiamato in gergo tecnico “plasmix”, cioè vari polimeri mischiati che sono molto difficili da riutilizzare oppure sono scartati. Il risultato è che una parte non trascurabile della plastica raccolta per essere riciclata non è selezionata per il riciclo.

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La plastica è spesso impura I rifiuti di plastica che gettiamo nella spazzatura provengono in gran parte dagli imballaggi, e per questo sono quasi sempre contaminati da sostanze organiche (il cibo) e da sostanze inorganiche non polimeriche (tutto quello che non è plastica, come per esempio la carta o la colla dell’etichetta sulle bottigliette d’acqua). I rifiuti di plastica, prima o dopo il processo di selezione, sono lavati meccanicamente più di una volta, ma capita che siano sono troppo contaminati e che alla fine sia difficile o impossibile portare a termine il processo di riciclo.

La plastica riciclata non è quasi mai come quella vergine La carta e il vetro riciclati, se sono riciclati per bene, sono quasi indistinguibili da quelli vergini: un quaderno può essere riciclato in un nuovo quaderno. Al contrario un fustino del detersivo non è praticamente mai riciclato in un altro fustino del detersivo. In inglese si dice che la plastica non è “recycled”, ma “downcycled”, perché il risultato del processo è quasi sempre qualcosa di meno pregiato e meno valido dal punto di vista commerciale.

Questa degradazione è provocata da due fattori. Il primo è che il recupero meccanico della plastica non produce mai un polimero puro, ma un mix di polimeri che crea materiali meno pregiati, o per caratteristiche funzionali (è meno flessibile, meno resistente al calore) o per caratteristiche estetiche (è meno lucido, più difficile da levigare). Il secondo fattore che crea la degradazione riguarda il processo stesso di riciclo, che in alcuni casi sminuzza e in altri scalda i polimeri. In questo caso si parla di degradazione termomeccanica. Inoltre anche i polimeri più puri e meglio lavorabili non sono riciclabili quanto si vuole e alla meglio hanno pochi cicli di vita (spesso due soltanto) prima di dover essere buttati definitivamente. Un altro dei problemi della plastica, infatti, è che non si può riciclare all’infinito.

Manca l’incentivo economico Abbiamo visto che il recupero meccanico della plastica è complesso, richiede manodopera umana e macchinari, e inoltre restituisce un prodotto quasi sempre inferiore a quello creato con plastica vergine. Per questo, il riciclo della plastica è un business poco sostenibile e potenzialmente in perdita, se si escludono incentivi e sgravi pubblici. Come ha scritto il Guardian, alla fine del 2019, con il prezzo del petrolio molto basso, per la prima volta nella storia il prezzo sul mercato delle scagliette (flakes) di plastica riciclata ha superato quello della plastica vergine.

E poi c’è il fatto che spediamo la plastica in giro per il mondo La scarsa convenienza economica del riciclare plastica è diventata evidente a partire dal 2018. Prima di allora, il 70 per cento circa dei rifiuti plastici del mondo, in gran parte prodotto in Europa e Nordamerica, era raccolto, imbarcato su navi cargo e spedito in Cina: l’intero processo era più conveniente che riciclare la plastica sul posto. Il riciclo della maggior parte della plastica del mondo era dunque lasciato alla Cina, e spesso le cose non funzionavano: molti rifiuti erano abbandonati in discarica o dispersi nell’ambiente.

A partire dal gennaio 2018, però, il governo cinese ha approvato regole più severe, ha vietato l’importazione di 24 tipi di materiali e ha imposto che i rifiuti fossero contaminati al massimo per lo 0,5 per cento. In questo modo, l’invio in Cina di rifiuti di plastica si è praticamente interrotto e le filiere del riciclo in Europa e Stati Uniti sono andate in crisi. Successivamente la Thailandia, il Vietnam, l’India e la Malesia hanno cominciato ad accettare plastica, ma anche loro hanno messo regole più stringenti dopo aver avuto problemi ambientali. A marzo del 2019, poco dopo le nuove regole cinesi, il New York Times raccontava che alcune grandi città americane avevano già smesso del tutto di riciclare la plastica. A Memphis i rifiuti erano mandati in discarica, a Philadelphia bruciati nei termovalorizzatori perché, scriveva il giornale, “i costi” erano “saliti alle stelle”.

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Il costo ambientale L’argomento principale contro chi dice che riciclare la plastica costa troppo è che spesso chi fa i conti non riesce a guardare oltre il proprio bilancio. La plastica riciclata costa di più della plastica vergine se si tiene conto unicamente del processo di produzione, ma appena si alza un po’ lo sguardo le cose cambiano. «Il costo ambientale non è mai internalizzato», dice Valeria Frittelloni, responsabile del Centro Nazionale dei rifiuti e dell’economia circolare dell’Ispra. Secondo uno studio del 2019 uscito sul Marine Pollution Bulletin, inquinare gli oceani con la plastica ci è costato finora 2.500 miliardi di dollari in mancato sfruttamento delle risorse economiche date dal mare: pesca, turismo, acquacoltura – e questo senza contare gli eventuali costi di bonifica, che uno studio di Deloitte ha stimato in decine di miliardi di dollari all’anno.

C’è chi spera nel riciclo chimico Molti analisti ed esperti sperano che i problemi e le inefficienze del riciclo meccanico della plastica potranno essere superati dal riciclo chimico o molecolare, una tecnica di cui si parla ormai da qualche anno ma che non è ancora stata applicata su larga scala. Il riciclo chimico è un processo di “depolimerizzazione”, che semplificando significa: i materiali sono scomposti chimicamente nei loro elementi più semplici e poi riutilizzati.

La tecnica più usata è la pirolisi, che usando il calore scinde i legami chimici della plastica per generare un materiale liquido che può essere usato per produrre nuovo materiale vergine. Questo significherebbe che gran parte della plastica potrebbe essere recuperata al 100 per cento. Per ora, tuttavia, il riciclo chimico è costoso e alcuni ricercatori sono scettici, perché i processi di pirolisi potrebbero rilasciare nell’ambiente tossine e sostanze tossiche. Secondo l’industria, invece, il recupero chimico porterà i tassi del riciclo della plastica ai livelli di altri materiali come la carta e i metalli.



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